unfertige foto, paesaggio in trasformazione
Palazzo della Cultura, Urago d'Oglio (BS) 30 novembre - 8 dicembre 2013 mostra fotografica

A cura di Francesco Ossoli / Fotografie di Adriana Festa, Giampiero Trotta, Annamaria Bertocchi, Roberto Papini, Celestino Ossoli, Elena Rodella, Mattia Lanzoni, Laura Schirru, Maurizio Rizzo, Massimo Martinelli.

 

Unfertige Foto, paesaggio in trasformazione raccoglie i progetti fotografici realizzati durante il corso di fotografia e photoshop tenuto a Urago d’Oglio da aprile a giugno 2013 all’interno del progetto Terra Insieme in collaborazione con Coop Vicinato Lombardia.

 

Che cos’è la fotografia oggi? Cosa può ancora farci vedere che già non sappiamo? Partendo da queste domande, lontano dai grandi reportage, dalla fotografia di moda, dai fotoamatori ultratecnici, ciascun fotografo ha sviluppato un proprio progetto confrontandosi con la fotografia contemporanea e riflettendo sulle possibilità narrative-documentative della fotografia conscio del fatto che lo sguardo dei fotografi come la realtà è in continua trasformazione.

Atteggiamento che ha contraddistinto tutta la storia della fotografia portandola sempre un po’ più in là grazie a fotografi come Eugène Atget, Walker Evans, Henri Cartier-Bresson, Robert Frank, William Eggleston, Luigi Ghirri, Gabriele Basilico, Francesco Jodice per fare alcuni nomi.

 

I progetti del corso esplorano il panorama contemporaneo rappresentandolo attraverso la quotidianità, gli abitanti, l’architettura, il lavoro, gli elementi del paesaggio. Ne sono scaturiti diversi approcci per racconti, idee, ricordi, visioni che fuoriescono da Urago d’Oglio per mescolare spazi e rincorrere nuove suggestioni.

 

Si comincia col documentare il paesaggio in trasformazione con vedute sulla campagna e il cantiere della Brebemi: cumuli di terra, macchinari, blocchi di cemento in attesa di essere posati per la strada che verrà. Lo stesso cantiere viene fotografato dall’interno attraverso le mani e i gesti degli addetti ai lavori.

Al paesaggio si affianca il racconto familiare e intimo delle giornate della figlia appassionata di danza hip-hop seguita nella quotidianità dal mattino appena sveglia fino alla sera.

Percorrendo invece l’itinerario geografico dei fiumi Adda e Oglio si racconta il paesaggio tra storia (un maestoso ponte in ferro), memoria (una vecchia foto posizionata nel medesimo luogo raffigurato) e cambiamento (tra il verde dei campi e le vecchie cascine sbucano sullo sfondo la striscia rossa del tetto di un distributore di benzina ed un palazzo in costruzione).

Ci si addentra poi nello spazio urbano con la catalogazione di ogni segno grafico trovato per strada e con i ritratti degli abitanti associati alla “loro” architettura in base alla funzione che svolgono nella città.

Quindi le vedute suggestive e impalpabili della propria terra d’origine: dalle spiagge assolate della propria isola, rifugio naturale che ci abbraccia con la propria tranquillità e bellezza, alle fotografie di un paesaggio brullo e montuoso immerso nella luce. Luoghi che potrebbero evocare ricordi d’infanzia, senonché all’immobilità millenaria del luogo si contrappongono i segni di un’urbanizzazione che avanza.

Infine le fotografie stenopeiche realizzate con una macchina fotografica fai-da-te che ci riporta alle origini della fotografia, all’artigianalità e all’alchimia degli inventori nella prima metà dell’Ottocento.

 

Unfertige (termine incompiuto) esprime il concetto di continua trasformazione del paesaggio sia naturale che artificiale: dalle montagne millenarie erose pazientemente dall’acqua alla costruzione di una strada, il paesaggio è un continuo cantiere aperto così come lo sguardo del fotografo che si deve continuamente adattare e innovare nel raccontarlo.

Per questo i progetti esposti non sono un punto d’arrivo ma al contrario sono la testimonianza di un momento, parte di un lavoro incompiuto tutt’ora in corso.

 

Saturi di immagini fisse, in movimento, luminose, grandi, piccole, occorre ricominciare a guardare il mondo e le fotografie sotto un nuovo punto di vista, più critico ma anche più sensibile perché ciascuna immagine è un mondo a sé, un enigma da svelare che può spingerci oltre e aiutarci a capire o porci nuovi interrogativi.